Manifesto

Le politiche sulle droghe in Italia continuano a basarsi esclusivamente sul pilastro della repressione nonostante parte del panorama europeo e mondiale stia tentando di investire su forme d’intervento alternative. Il “re è nudo”, il fallimento della war on drugs costituisce un dato reale, ma si continuano a mietere vittime e a speculare sui corpi e sulle vite non soltanto dei consumatori di sostanze ma dell’intera società.

Il Dipartimento delle Politiche Antidroga di Serpelloni, pur esprimendo una concezione puramente ideologica e non pragmatica, reale compito di un tecnico non asservito a logiche politiche non più dominanti, è rimasto in carica nell’attuale Governo e si oppone nettamente alle proposte di regolamentazione in merito a produzione e distribuzione di sostanze psicotrope avanzata dalla World Commission of Drug Policy .

La scelta operata dal DPA è la conseguenza di quell’enfasi bio-riduzionista opportunamente predisposta che considera la questione delle sostanze mediante il ricorso quasi esclusivo agli approcci tematici delle neuroscienze, permeata di una forte ideologia e assolutamente contrapposta ad un approccio pragmatico fondato sulla riduzione del danno e dei rischi. Estromettendo ad arte considerazioni di natura sociale non tiene conto di variabili determinanti quali uso, abuso, dipendenza, soggettività dell’individuo, contesto di utilizzo, ma soprattutto nega la pluralità degli studi scientifici, le differenti esperienze e un approccio multidisciplinare assolutamente inscindibile dal tema in questione.

Anche sul fronte politico assistiamo a una presa di posizione decisamente opposta operata da più parti la cui pluralità costituisce una discussione trasversale di sicura maggioranza. Come le  posizioni del PD, forse non così note come quelle espresse da decenni dai Radicali o quelle storiche della sinistra (SEL , Rifondazione Comunista e Pdci e Sinistra Critica) e del Movimento 5 Stelle così come le meno note dei Liberali. In genere quando qualcosa non funziona si cerca un cambiamento, ma evidentemente il proibizionismo nel nostro Paese è un affare di così tale portata che risulta impensabile anche solo  metterlo in discussione.

Ciò che emerge dalle posizioni del DPA è che siamo ancora tristemente a cavallo tra criminalizzazione e medicalizzazione dei consumi, modelli culturali del tutto inadeguati a descrivere il complesso fenomeno dell’uso di droghe, tuttavia sono considerati valori assoluti in merito ai quali impostare le politiche sulle droghe.

Nell’ottica delle politiche caratterizzate da quattro pilastri, repressione, prevenzione, cura, riduzione del danno, in Italia solo il primo funziona a pieno ritmo, mentre gli altri tre sono di fatto carenti o inesistenti.

Le linee guida sulla prevenzione recentemente basate su concetti di “early detection”, ovvero l’individuazione precoce dei “drogati”, vengono realizzate mediante test delle urine distribuiti alle famiglie e l’osservazione diretta nelle scuole di potenziali situazioni a rischio, ai quali dovrebbe seguire l’invio precoce ai Ser.T degli adolescenti che risultino positivi. Un approccio che si basa sul controllo e che non ha nulla a che vedere con l’educazione, il confronto, l’informazione e la relazione, strumenti che dovrebbero contraddistinguere e fondare ogni intervento di prevenzione.

La riduzione del danno è di fatto scomparsa in quanto, come riportato dal DPA, “se applicata da sola e al di fuori di un contesto sanitario orientato alla cura, alla riabilitazione ed al reinserimento delle persone, risulta, nel lungo termine, fallimentare e di scarso effetto preventivo, oltre al fatto che è in grado di cronicizzare lo stato di tossicodipendenza”. Un approccio puramente ideologico e privo di evidenze scientifiche che, al contrario, ove si volessero indagare, forniscono elementi di prova di opposto significato. La maggioranza degli operatori del settore ben conosce come nella realtà la riduzione del danno restituisca dignità ai consumatori di sostanze, limiti e annulli in molti casi l’isolamento ed eviti l’ingresso in una spirale distruttiva permeata da solitudine ed illegalità, oltre, ovviamente, a concorrere positivamente nella riduzione dei rischi acuti e cronici derivati dall’assunzione.

Sul fronte della cura, sempre più caratterizzato dalla somministrazione di farmaci antipsicotici ed antidepressivi, si ottiene spesso una cronicizzazione dei consumatori. Fedeli all’ottica della “doppia diagnosi” si attribuiscono forzatamente patologie psichiatriche spesso inesistenti a coloro i quali sviluppano una dipendenza.

Un quadro devastante accentuato dai controlli su strada e nei luoghi di lavoro che non sanzionano condotte ma stili di vita, come dimostrano i test impiegati (analisi delle urine e del capello) atti a far emergere un uso pregresso e non un transitorio stato di alterazione.  Infine, la continua e perdurante falsità sulle norme per i consumatori, per i quali non è previsto reato ma è certa la pena tanto per chi autoproduce per uso personale (dai 6 ai 20 anni), quanto per i procedimenti amministrativi per coloro i quali detengono delle sostanze, lunghi e costosi, un vero incubo per coloro i quali vi incappano, indubbiamente tra i più repressivi a livello europeo.

I consumatori di sostanze sono considerati non soltanto dei malati cronici ma individui pericolosi da estromettere dalla società ad ogni costo, mediante carcerazione quando non li si uccide col ricorso  alla brutalità poliziesca, limitati nelle libertà personali e/o medicalizzati, in spregio ad ogni diritto alla libertà di cura. I detenuti per reati connessi alle droghe in Italia sono pari ai due terzi della popolazione carceraria complessiva, già di gran lunga superiore alla capienza massima consentita, in spregio alla dignità dell’uomo ed in violazione dei diritti più elementari. Il carcere rappresenta  un contenitore di “marginalità” che non si vuole gestire in maniera differente, una “detenzione sociale” indegna di un paese civile con una tendenza culturale che porta a liquidare in termini di “ordine pubblico” tematiche delicate e complesse che invece richiederebbero investimento, confronto ed interesse.

Siamo parte di una rete nazionale di operatori e consumatori consapevoli di difendesi non soltanto dalla repressione ma anche dalle nefaste conseguenze che le attuali politiche sulle sostanze producono in un’ottica di promozione della salute: concetto che si vorrebbe subordinato ad interessi di natura economica. Per questo motivo abbiamo deciso di lavorare con le risorse che abbiamo, ognuno sui propri territori al fine di promuovere una differente cultura delle diverse sostanze, che restituisca un ruolo attivo a chi consuma ed in grado di  dotare i consumatori di una reale capacità di scelta. Fornire strumenti per limitare i danni conseguenti ad abusi e dipendenze quanto quelli derivanti dalle logiche di controllo poste in essere. Questa crediamo sia la strada da percorrere per produrre la necessaria consapevolezza atta a promuovere richieste la cui finalità è quella di rimettere al centro della discussione i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. Per tale motivo chiediamo:

–         Depenalizzazione dell’uso di tutte le sostanze al fine di evitare l’isolamento, promuovere l’integrazione sociale di chi consuma, e     limitare i danni conseguenti ad una condotta oggi ritenuta “illegale” ed esposta ai rischi della criminalità.

–         Costruzione di politiche di prevenzione serie, caratterizzate da interventi tanto negli ambienti formativi (scuola, territori e nuclei di appartenenza, nuclei genitoriali) quanto nei setting naturali di consumo (ritrovi formali e informali o autorganizzati), che fondino il loro approccio su strumenti relazionali,  producano un’informazione fondata e consentano l’emergere ed il consolidarsi di elementi di protezione individuale ben più efficaci di quelli repressivi e di controllo.

–         Riconoscimento della riduzione del danno come la forma d’intervento principe nel contenimento dei danni primari e secondari derivati dal consumo di sostanze. Azione di prima linea che non esclude affatto la remissione da una condizione di abuso o dipendenza.

–         Depenalizzazione dell’autoproduzione di cannabis ad uso personale, pratica in grado di contrastare il narcotraffico, garantire genuinità del prodotto e promuovere la cultura della condivisione, differente ed opposta a quella del mercato cui si rifanno gli ambienti dello spaccio e dei monopoli, propri della cultura proibizionista.

–         Valorizzazione e promozione  dell’uso di sostanze a scopo terapeutico, in particolar modo della cannabis cui recenti studi ne documentano l’utilità per differenti disordini e patologie, in un’ottica di promozione della salute e libertà terapeutica.

–         Promozione di un paradigma della cura improntato alla relazione col paziente,  al miglioramento della qualità di vita e non orientato alla medicalizzazione cronica.

Crediamo sia possibile una forma di regolamentazione della produzione e della distribuzione di sostanze, ma anche che rappresenti una questione estremamente delicata. Le legalizzazioni realizzate in merito all’alcool e al tabacco sono fortemente deleterie in termini di danni alla salute in quanto  soggette a monopolio da parte dello Stato ed esposte alle logiche consumistiche. Pensiamo sia oggi necessaria una battaglia culturale che porti ad una concezione “neutra” dei consumi di sostanze, intesi come  comportamenti possibili, soggetti a rischi e benefici, che sappia proporre modelli adeguati che tengano in considerazione la complessità del fenomeno, che valorizzino le risorse individuali e che permettano la costruzione di “setting adeguati” e politiche di inclusione mediante il ricorso a strumenti relazionali, mai  repressivi nei confronti dei consumatori.

One thought on “Manifesto

  1. Condivido completamente, il manifesto aggiungendovi, che dal punto di vista medico, non capisco proprio perchè per poter prendere della marijuana o una qualsiasi altro stupefacente si debba essere malati.
    Personalmente sono particolarmente interessato all’esperieneza psichedelica.

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