“Quell’erba è anche mia”: presidio anti-proibizionista dopo i fatti di Lavagna

“Quell’erba è anche mia”: sotto questo striscione si sono riuniti una cinquantina di giovani questo pomeriggio a seguito del suicidio del sedicenne di Lavagna . Un presidio in Largo Lanfranco, di fronte alla Prefettura di Genova, che ha raccolto realtà sociali come il Terra di Nessuno, il Pinelli, lo Zapata è l’AutAut, ma anche Rete a Sinistra, la Comunità di San Benedetto al Porto oltre rete nazionale “Fine del Mondo proibizionista” (nata nel 2012 alla caduta della legge BossiFini) che abbraccia associazioni e osservatori contro la repressione, insieme a una docente dell’Università di Genova della facoltà di Sociologia.

«Stiamo portando avanti un progetto universitario che mira ad avere una conoscenza sull’uso delle sostanze attraverso questionari e interviste a persone che sono state fermate dalle forze dell’ordine – racconta la professoressa Luisa Stagi – Come sociologi pensiamo che la repressione non sia una forma di prevenzione: purtroppo è passato questo messaggio, le forze dell’ordine che fermano gli adolescenti spaventandoli non è sicuramente la via giusta. Siamo convinti che occorra educazione e stiamo raccogliendo informazioni per giungere a una riflessione di tipo scientifico sull’argomento».

Lavagna, di 16 anni si uccide durante una perquisizione

Sui banchetti, oltre ai depliant informativi, una provocazione: finti pacchetti di hashish che recitano frasi come “Lo Stato uccide, io no”.

«La tragedia di Lavagna ci ha colpito: potrebbe accadere a chiunque, abbiamo voluto alzare la testa per dimostrare che non è con la repressione che si possono evitare queste tragedie, ma con l’educazione e la presa di coscienza», spiega Giovanni Mancioppi, portavoce del centro sociale Terra di Nessuno.

Al presidio anche Marianna Pederzolli, consigliera comunale della lista Doria e rappresentante di Rete a Sinistra: «Rispetto a questa vicenda bisogna tenere uno sguardo alto: è evidente la mancanza di uno Stato che potesse garantire servizi psicologici, di sostegno e di aiuto, ma il cui unico sostegno sono i cani antidroga nelle scuole o di alimentare questo tabù nelle scuole – racconta Pederzolli – Viviamo in una società in cui se un ragazzo torna ubriaco tutte le sere lo accettiamo mentre per due canne lo demonizziamo: la vergogna pesa e può causare tanta sofferenza in questo caso una vita spezzata a sedici anni».

FONTE: ILSECOLOXIX.IT

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